In Mongolia. Grazie a un furgoncino

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Finalmente dopo oltre un mese di viaggio incontro l’ottusità delle guardie di frontiera. Vero è che ho disegnato la rotta per diminuire al massimo le rogne stupide epperò fino ad oggi mi domandavo “ma quand’è che si manifesta Sua Maestà l’Idiozia?”.

Eccola, alla frontiera russo-mongola.

Se interessa indico anche dove, ma credo che non dica nulla a nessuno, da bravo avamposto nell’ignoto spinto:

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In sintesi le guardie non hanno voluto che passassi in bici, negandole lo status di mezzo di trasporto.

Figurarsi. Creo una certa fila.

La regola vieta il passaggio ai pedoni. Inutile mentire dicendo che ho assicurazioni dall’ambasciata russa a Roma e dal consolato italiano a Mosca sul fatto che la bici sia prevista, non ci cascano. La situazione non mi consiglia peraltro di cacciare fuori la tipica carta da 20€. Né sortisce effetto mostrare l’apposito brano della Lonely Planet dedicato al passaggio da quella frontiera:

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Yes, some officials speak english but they fucked me off anyway.

La soluzione c’è ma provo a non percorrerla finché non sono costretto a cedere (s’erano fatte le 16,30 circa): caricare la bici su “un mezzo autorizzato” per il tratto doganale.

E li mortacci loro l’ho fatto. Una gentile signora mongola, commerciante transfrontaliera a cui con piacere ho allungato 100 rubli senza che mi chiedesse niente, mi fa caricare l’Utensile sul suo pick up.

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La guardia guarda

Un minirospo che ho trangugiato.

Ampiamente ripagato poi dal drammatico, improvviso, cambiamento di paesaggio non appena in terra mongola. Ne avevo letto, ma trovarmi di fronte un ribaltamento così improvviso dell’orografia, della vgetazione, della luce e persino dell’odore dell’aria mi ha lasciato davvero interdetto. Molto positivamente interdetto.

La Mongolia, per quel che ho visto nei successivi 30 km, è davvero come ce la immaginiamo fin da piccoli, dalle illustrazioni su Gengis Khan nei libri per bambini alle foto apparentemente di maniera alla National Geographic.

Mi è sembrato di essere passato da una visione fotografica tipo teleobiettivo medio a grandangolo spintarello. Non riesco a spiegarmi meglio. Provero’ a farlo nei prossimi giorni.

Ps: cambiamento totale, in positivo, anche nelle abitudini di guida. Laddove i mudak russi mi hammo fatto vedere i sorci verdi in ogni strada, qui le macchine rallentano, mettono la freccia, superano sulla corsia opposta.
Ancora di piu’: passano lentamente, suonicchiano e salutano sorridendo. 

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2 thoughts on “In Mongolia. Grazie a un furgoncino

  1. Pingback: L’esplosione della Schwalbe (non è un romanzo di Salgari) | escoafareungiro

  2. Se non sapessi del copertone t’avrei detto che ne è valsa la pena ma forse qualche spiritello maligno del furgone si è voluto prendere gioco di te.
    M!

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