A Pechino sulla Transmongoliana, con doccia

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Secondo grosso tratto su uno dei treni che lasciano echeggiare suoni mitici nelle teste di molti: questa volta si tratta della Transmongoliana, o Transmongolica, una delle linee ferroviarie asiatiche che noi europei cataloghiamo nella generica categoria “Transiberiana”. Questa tratta arriva a Pechino e si divide da quella che ferma la corsa a Vladivostok nella città del capoccione di Lenin più grande del mondo, Ulan Ude in Buriazia.

Su questa ho anche fatto la doccia, dopo che Florian mi aveva fatto notare che nei cessi della Transiberiana c’è un grosso foro proprio per consentire il deflusso dell’acqua, cosa che in 4 giorni e rotti non avevo proprio visto (ma a Florian l’ha detto un russo):

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La doccia si fa con le bottiglie, utilizzando un po’ dell’acqua bollente del samovar per renderla tiepida.
La tratta tra Mongolia e Russia non è elettrificata, la motrice (anzi le motrici, se ne porta una di scorta in caso di guasti in mezzo al nulla) è a gasolio, e il samovar va a legna:

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Dudu' e Michelle sono di Ulan Bator, studiano a Shanghai e stanno andando in vacanza sul mar Rosso, per un festone techno in spiaggia

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La bici impachettata entra perfettamente nel vano bagagli sulle cucce. E i controllori non hanno fatto una piega

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La carrozza ristorante mongola è uno spettacolo, i nostalgici dei “bei tempi andati” devono fare un viaggio qui (e possibilmente rimanerci):

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Passando in Cina il treno deve cambiare i carrelli: lo standard russo adottato anche dalla Mongolia è più largo di quello cinese, che è lo stesso europeo. È una manovra che mi ricorda un po’ l’ambaradan che si fa sullo stretto di Messina per entrare sul ferribott:

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Pare che la Cina abbia quasi convinto il governo mongolo (si sospetta a suon di mazzette) a cambiare lo standard da russo a cinese, ma i mongoli -stando alle chiacchiere seguite alle mie reiterate  domande sul punto- sono contrari. Sostengono che così la Cina porterebbe via piu’ facilmente le materie prime che già divora dalla terra mongola, senza nessuna lavorazione e dunque aggravando ulteriormente la disoccupazione già pesante. E la Cina, mi è sembrato di capire, è molto temuta dai mongoli, che sospettano fagocitamenti possibili, vista anche la triste sorte del Tibet.

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Il Gobi

Dopo meno di 30 ore si arriva a Pechino, passando per paesaggi che illudono molto sulla destinazione, di cui parlerò dopo averne digerito il gigantismo e l’eccesso. Se mai ne sarò capace.

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