Ginkakuji, il buen retiro Zen nato da un gran casino

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La villetta di Yoshimasa

La cultura giapponese ha un aspetto che mi ha sempre interessato, una cerniera tra Occidente e Oriente che conferma il nostro essere una specie dominata dalla follia. Ovvero -in Giappone- il fare un gran casino nella vita attiva per poi ribaltare il tavolo e ritirarsi a vita contemplativa. Un po’ come -in Italia- confessarsi dal prete dopo qualsiasi cosa, omicidio incluso. Da noi è un va e vieni periodico, da loro segna una cesura, e questa è l’unica differenza che vedo.
Per il resto siamo accomunati dall’incapacità di capire prima cosa fare della propria giornata, o vita, per non avere rimorsi.

Questo che vedete è il giardino (lo chiamano tempio a dire il vero) di Ginkakuji a Kyoto, originariamente chiamato Hishiyama Jishoji (tempio della Grazia scintillante). Ginkakuji invece significa “padiglione d’argento”, perché la villetta dello shogun fondatore doveva avere il tetto laminato d’argento. L’intenzione era dedicare la costruzione al culto del Sakyamuni dopo la morte del fondatore.

Gli eredi si guardarono bene dal laminare d’argento il tetto.

Lo shogun (signore della guerra, o comandante militare) in questione si chiamava Ashikaga Yoshimasa, e visse nel 1400. 

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Il luogo risale al 1482. E nasce da una serie infinita di rogne che iniziarono in seguito a una decisione, forse improvvida, di Yoshimasa.
La fine della storia, anticipo, è che costui mandò al diavolo tutto e tutti e divenne monaco Zen. Come appunto accade spesso nelle vicende tradizionali del Giappone.

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Insomma cos’era successo?
Yoshimasa, nel 1464, realizza di non avere eredi. Adotta quindi suo fratello minore, Yoshimi, per evitare casini di successione. Da notare che anche lo shogun divenne tale perché suo fratello maggiore Yoshikatsu, in carica all’età di 10 anni, cadde da cavallo e morì.

Adozione prematura ma il povero shogun non poteva saperlo. Perché l’anno successivo ebbe un figlio, Yoshihisa. E i casini di successione esplosero nella loro forma più smagliante.

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Dai litigi tra shogun e fratello-figlio adottivo si passò alla guerra, nel 1467. Il conflitto passò alla storia come la guerra degli Onin, che coinvolse fazioni diverse e si ingigantì con il sempre maggior apporto di personaggi più grandi del disgraziato shogun kyotense.  Durò esattamente 10 anni, finendo nel 1477 per mancanza di personale (quasi tutti morti). E a niente valse il finto ritiro di Yoshimasa, che passò la carica al figlio biologico nel ’73 ma continuò a gestire lo shogunato.

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Insomma un gran casino. Yoshimasa dunque passò davvero a vita contemplativa e si ritirò nel 1482 nella proprietà a est di Kyoto che, tra un eccidio e l’altro, aveva curato con amore per farne un luogo di pace, su una collina da cui poteva contemplare i resti dei quartieri di Kyoto incendiati nel corso delle varie scorribande. Morì nel 1490.

Il luogo è effettivamente pacifico, silenzioso e fresco malgrado i turisti di oggi e il caldo estivo sopra i 30° (se una delle icone giapponesi è il ventaglio un motivo c’è).

In tutto questo ho capito che il vero trucco di un giardino Zen fatto bene è il fitto strato di muschio che ricopre ogni zona vagamente orizzontale. Da tenere a mente.

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Little Boy e il delta delle ampie isole

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Questa lunga passeggiata intorno al pianeta incontra un altro grande pezzo di storia recente, quella storia terribile che sembra essere l’unica a disposizione di tutti noi.

Sono a Hiroshima, il cui nome evocativo non ha bisogno di presentazioni. Anche se il suo significato, ormai seppellito dalle macerie della prima deflagrazione atomica in corso di guerra della nostra storia, è molto bello: [città dalle] ampie (hiroi) isole del delta (shima).

Nelle due foto d’apertura c’è il simbolo dell’esplosione che, insieme alla successiva di Nagasaki, fece capitolare il Giappone nel ’45: il Dome, in origine un palazzo destinato a esposizioni come andavano di moda a cavallo tra ‘800 e ‘900 e poi requisito in guerra a favore del ministero dell’interno nipponico.
Little Boy, il simpatico nomignolo dato alla bomba sganciata dall’Enola Gay il 6 agosto del ’45, scoppiò in aria a poche centinaia di metri da lì, devastando ogni cosa e uccidendo immediatamente tra  70.000 e 90.000 persone, numeri ancora incerti. Altre decine di migliaia sarebbero morte poco dopo per le conseguenze di ustioni e radiazioni.
Il Dome rimase grossomodo in piedi. Il suo aspetto precedente era questo:

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Per una ventina d’anni restò lì e anche al centro di un dibattito tra chi ne voleva l’abbattimento per rimuovere la dolorosa memoria e chi ne voleva invece fare un monumento alla stessa dolorosa memoria, e un avvertimento a tutti i posteri. La spuntò la seconda fazione, quando un altro relitto dell’epoca crollò: divenne a tutti evidente che abbattere anche il Dome sarebbe stata una perdita. Nel ’67 iniziarono i lavori di mantenimento. Sono state conservate anche parte delle macerie intorno e dentro:

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È sorprendente constatare come solo nel ’96 questo monumento alla furia di noi scimmie pazze venne dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
Oggi il luogo è incastonato all’interno del Parco memoriale della pace, che ospita diversi altri monumenti in tema. Come quello dedicato alle diverse migliaia di bambini morti quel giorno, e negli anni successivi.

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Tutto lascia spazio alle riflessioni personali su ciò che accadde, ma anche un senso di tranquillità misto a serietà che non contrasta per niente con l’enormità dell’accaduto.

Leggendo qui e lì mi sono imbattuto nella storia di Tsutomu Yamaguchi, che non avevo mai sentito prima.

Costui, a Hiroshima in viaggio di lavoro, sulla strada del ritorno si accorse di aver lasciato un timbro importante in città e tornò indietro, restando colpito dall’esplosione. Ustionato, ferito e mezzo cieco vagò per le rovine di Hiroshima fino a riuscire ad addormentarsi. Il mattino dopo trovò una stazione di treni appena rimessa in funzione, alla periferia ovest della città, e riuscì a tornare a casa, a Nagasaki. In tempo per prendere la seconda bomba atomica, sganciata il 9 agosto, proprio mentre raccontava al suo principale l’incredibile tragedia di Hiroshima.

Yamaguchi è morto nel 2010 a 93 anni (per un cancro allo stomaco), e solo l’anno prima il governo giapponese aveva ufficializzato il suo status di unico umano ad essere sopravvissuto a due esplosioni atomiche.

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Ferragosto, pranzo in famiglia. Di Fukuoka

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“Ma tu sei consapevole che ciò che stai facendo è decrescita pura?”. Era il 2003. Una mail di Luigi Pirelli, pugliese trapiantato a Roma e ora in Galizia, buon praticante di resistenze, mi apre gli occhi su una visione teorica e pratica di un agire (non solo economico) altro, di un modo differente di vivere. Una radicale rimessa in discussione di, praticamente, tutto.

Mi trovavo nel periodo vulcanico della riscoperta della bicicletta, della sua rivisitazione a mio modo, dell’autoapprendimento artigianale e di recupero. Avevo già fatto qualche mostra e il mio modo di concepire la bici iniziava a girare.
Ginetto dunque mi svela l’esistenza della decrescita, “felice” per aggiungere l’aggettivo caro ad Alex Langer e poi fatto vivere da altri.
Al mio solito mi tuffo completamente nella bella scoperta, trovando un quadro teorico perfetto per ciò che sentivo, praticavo e divulgavo.
Dal meccanismo a energia metabolica alla fonte di questa energia (il cibo) il passo fu brevissimo: ricerche anche lì.

Fu così che imbattei in Masanobu Fukuoka e la sua “agricoltura del non fare”, come venne definita da altri. In realtà di lavoro da fare ce n’è. Ciò che Fukuoka fece ha un portato devastante per l’agricoltura industriale (un ossimoro a cui non facciamo neanche più caso). In buona sostanza, si può dire che quel piccolo e moderato, anche se ferreo, giapponese reinventò totalmente il modo di coltivare, lo stesso da oltre 10.000 anni: mise completamente da parte l’aratura.
Morì, a 95 anni, il 16 agosto 2008. Ha insegnato molto a tutti, anche se parecchi (me compreso, pur avendo il mio piccolo orto urbano) hanno scelto strade non agricole per praticare il rifiuto a un modello economico insopportabilmente ingiusto e un’alternativa migliore. One straw revolution, in italiano La rivoluzione del filo di paglia, è un testo di riferimento per molta parte dell’agire etico.

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Una delle ultime foto di Fukuoka, da Wikipedia

Arriviamo al 2014, anno del mio lungo aprile. Sono in giro per il mondo, con una bici fatta da me: culmine attuale di un percorso piuttosto lungo nel rimettere in discussione pratiche e dinamiche personali e sociali.
Il Giappone non era, alla partenza, nell’itinerario. Ma infine eccomi qui, una nave da Shanghai di cui non ero a conoscenza mi ha facilitato enormemente il cammino per l’Occidente.
Non avendo mete particolari, scelgo Shikoku per pedalare e mi riprometto di visitare i luoghi di Fukuoka, che coltivava su quest’isola, a Iyo.

E qui finiscono le informazioni.
Cerco in rete, chiedo sui social. Nessuna informazione diretta sul luogo esatto. Solo Toni_i mi fornisce la mail di un tipo inglese che dovrebbe saperlo, ma il tipo non risponde. È agosto per tutti, d’altronde. Sono davanti a un probabile buco nell’acqua, dunque. Piove pure.
Parto ugualmente, Iyo è a una ventina di km da Matsuyama dove alloggio. Ho dalla mia 50 anni di osservazione della strana fortuna che mi accompagna nei casi più scemi in cui m’infilo, mi affido a quella.
Alla stazioncina di Iyo non c’è l’usuale punto informazioni, la bigliettaia non capisce l’inglese. Gironzolo in cerca d’ispirazione, ma rassegnato a battere a caso le campagne.
Mi appare il municipio locale, e incredibilmente è aperto (in Giappone si festeggia l’Obon, giorno degli Antenati). Due signorine capiscono che cerco informazioni e ne chiamano una terza, che sorprendentemente comprende la mia esigenza. Mi fa cenno di aspettare e torna dopo un po’ con la mappa catastale della zona, dove è indicata esattamente la casa di Fukuoka.

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La mia copia della mappa catastale, dove in rosa-evidenziatore è indicata la meta

Non riesco a credere a questa notevolissima botta di culo, ché altra definizione non ha.
Vado. Tralascio due cose strane accadute lungo il percorso, magari ne parlerò in forma diversa in futuro.

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Via Fukuoka

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Una piccola parte del famiglione Fukuoka, sulla soglia di casa

Trovato. Busso, mi apre Masato, il figlio maggiore di Masanobu-san, che ora gestisce l’azienda agricola. Avevo letto che non gradisce visite, invece mi accoglie cordialissimo. Forse per il giorno degli Antenati, e purtroppo per tutti Masanobu ora è un Antenato.
Dopo alcune presentazioni, mi lascia omaggiare l’altarino dedicato al padre:

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Sono emozionato. Incredulo. Sorridente. Parecchio in pace, devo dire. Rendere omaggio a chi ha dato molto è la cosa giusta da fare, una delle poche che puoi fare in vita.

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È passato da poco mezzogiorno.
“Noi stavamo andando a pranzo, vieni con noi?”, dice Masato.
“No grazie, non voglio disturbare”.
“Nessun problema, vieni”.
E così, 17° del gruppo, m’aggrego e andiamo in una trattoria a due passi. E faccio provare l’Utensile a Masato, curioso come anche gli altri della mia particolare cavalcatura.

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Pranzo di ferragosto 2014

Alla fine del pranzo ci lasciamo. Masato mi indica le colline del padre, ora sue e della famiglia, e mi permette di andarci a piacimento mio.

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La nipote di Masanobu, Hikari, con me e zio Masato. Lei traduceva.

E fu così che gironzolai per le terre di Masanobu. Ho con me alcuni fili di paglia, come quello della foto di apertura, che ora è sulla bici.

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Riso che cresce bene

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The Mule (appunti di un artigiano per scelta)

[Che poi il mulo vero sarei io]

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In parte la dedico a mio nonno Antonio, che dopo la guerra sul mulo ci andava davvero, scomparendo da casa per giorni col fucile a tracolla, vagando per l’Etneo.

Sono passati oltre 5.000 km (si va verso i 6.000) sotto il movimento centrale dell’Utensile, la bici che ho costruito apposta per questo viaggio. Circa 2.500 per #escoafareungiro, il momento attuale.
Niente di che, per una bici (in acciaio).
Però posso cominciare a darne una valutazione consapevole.

Ho costruito uno stupendo mezzo da viaggio. L’avevo pensato e poi realizzato, ma non tenevo nel minimo conto di riuscirci davvero. Invece sì.
Riassumo le caratteristiche (sicuramente l’ho già fatto e mi ripeto):
– alta sul terreno (29 cm di luce dal punto più basso, circa 2 cm più del dovuto) e alla guida
– lunga di gambe (carro) per evitare di toccare le borse, qualsiasi sia il loro ingombro, e per comodità di pedalata, che è dolce e testarda, inesorabilmente regolare.

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Comodissima la pensai. Comodissima risulta. Solo il solito problema alle mani (tendono ad addormentarsi) che ho da più di 15 anni su tutte le bici tranne la reclinata, dove sono appoggiate e non reggono alcun peso.
Forcella esageratamente alta proprio per questo motivo, la ricerca della comodità.
Non alzandomi quasi mai sulla sella non sento il difetto delle carrolungo, la flessibilità sotto spinta.
Questa bici ingoia ogni tipo di percorso. Un terribile lunghissimo sterrato sul Baikal m’ha fatto temere danni, e niente accadde.
Sale come un mulo appunto, scende liscia (quale animale scende liscio?), gira paradossalmente in poco spazio.

Pesa, sì. Ha tanta di quella roba sopra che forse potevo evitarmi del surplus, però trovo tutto utile e non mi decido a buttare niente. Il primo indiziato era il cavalletto doppio (oltre un chilo di ferraglia) ma mi ha risolto tanti di quei problemi spiccioli (fermate per controllare la strada, per mangiare, bere, per smontare parte o tutta la bici per i treni) che lo lascio vivere con noi.

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Non solo non gli sto trovando difetti (tranne forse che è una bici maschio, ne ho fatte pochissime) ma sto scoprendome i pregi. Mi dà fiducia, svolge bene i suoi ruoli, mi corregge gli errori. Come me non conosce le strade che prende. E non gli importa niente, portando tutto.

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Onsen

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Ho aspettato di arrivare a Matsuyama, isola di Shikoku, per entrare in un onsen: un bagno pubblico costruito su una sorgente di acqua calda.
Insomma alle terme.
In diversi, per primo il solto genietto Sensi, mi avete praticamente spinto nelle acque di un onsen.

Questo di Dogo, ex sobborgo ora fagocitato dalla città, secondo l’ente giaponese del turismo è il più antico di tutti, con 3.000 anni di storoa. Secondo altre descrizioni trovate in rete ne ha solo mille.
Quello che so è che è economico (410 yen la versione base senza biscottini e tè), popolare e con vasca grande. La roboante vulgata la chiama “l’acqua degli Dei”, mentre la vasca più fichetta e elitaria (e causa di lunga coda all’ingresso) contiene “l’acqua degli Spiriti”, e arriva a costare spiritosamente oltre 1.500 yen. Ma non è escluso che la provi.
Da qualche parte ho letto che al Dogo c’è ancora, originata in tempi lontani, una parte riservata alla famiglia imperiale.

Resta comunque saldamente al primo posto nel mio cuore, e vedo difficile scalzarlo malgrado gli splendidi concorrenti, il Cemberlitas di Istanbul.

ps: le foto non sono mie.

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Altro mito da sfatare: “il Giappone è costoso”

Dieci euro sono 1.368 yen.
Fatevi i conti con i prezzi che seguiranno.

Detto questo, alcuni input:
– per due giorni sono stato costretto dal caso a dormire in un albergo a 4 stelle: 70€ a notte (9.500 yen)
Oggi sono in ostello: 20€ a notte (2.800 yen)
– La prima sera a Kobe sono andato in un ristorante per assaggiare il famoso bove: 6.470 yen di conto, panza piena e servizio colmo di arigato e cortesie, porte aperte, fazzoletto caldo umido e insomma tutta la tiritera da king of the world che s’usa qui.

Stasera il Kobe beef me lo faccio in ostello, preso dal macellaio gioielliere.

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Il famoso bove di kobe, costosissimo: 2.700 yen all'etto, ovvero 20€. Qualsiasi cosa, caviale compreso, è sotto questa cifra

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Le foto che seguono riguardano questo supermercato di Kobe, a detta dei locali "costoso".

A pranzo 20 pezzi di sushi, poco più di 1.000 yen.

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Sushi al popolo

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La preparazione è giornalieri. Ieri sera alle 22 circa il banco era vuoto e ho preso l'ultimo esemplare.

Accompagnati da rosso cileno, il più vicino al Giappone

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995 yen a bottiglia

Altri esempi di prezzi:
– sigarette (lucky strike) 460 yen.
– birra in lattina da 33 “kirin” (bevo solo quella, per assonanza col keirin) 207 yen.
– dicono: 4 fermate di metro, biglietto 110 yen.

Non bisogna comprare il formaggio e le pesche:

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Da dire che l’abitudine a non usare la vettura (qui i vetturini sono abbastanza pochi, malgrado la densità di popolazione) ha fatto dimagrire di parecchio (o erano sempre così?) i carrelli della spesa:

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Sul vino sono pazzi a tratti:

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Questa zuppona di noodles e carne, più altre fesserie e una birra da 66, hanno portato un conto da 970 yen.

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Invece in Giappone tutti sul marciapiede

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La riserva giapponese dei ciclisti sembra essere il marciapiede. Il sembra è d’obbligo: non ho percorso più di 50 km finora (Osaka-Kobe) ma a naso l’andazzo mi pare questo.

Tra le due città non c’è soluzione di continuità, non so ancora com’è nei percorsi extraurbani. Quindi prendo questa mia prima impressione con beneficio d’inventario.
Marciapiede dunque. Però garantito: non solo chi va piedi non protesta, ma il percorso è continuo, agevolato da scivoli, indicato con segnaletiche varie. Ci si può fare affidamento, anche negli svincoli più autostradalizzati. Ne risulta ciò che serve al ciclista: la tranquillità di non trovarsi improvvisamente nella merda, come per esempio negli incroci con il raccordo anulare romano, e quindi sapere di poter andare ovunque.

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Ho trovato anche tratti di ciclabile in sede propria. In linea di massima quasi nessuno va sulla strada, ma l’ho visto fare e l’ho fatto anch’io, niente proteste vetturine o agguanti polizieschi. Però non mi va di fare la mosca bianca e visto l’approccio generale mi adeguo e torno sul marciapiede.

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Strada X In una delle due città: nessun parcheggio. Così quasi ovunque.

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Stalli dedicati, gratis per 90 minuti. Non ho capito come funzionano ma vabbe'

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Parcheggi dedicati ovunque

Per ora, ripeto, non generalizzo. Qui comunque mi sento meno a mio agio che a Pechino o Shanghai. Sarà la separazione artificiale tra i flussi. I vetturini comunque si comportano bene, si fermano sulle strisce e ti perdonano gli sgarri (la guida è a sinistra). Mai sentito un claxon, inoltre. Né visto velocità eccessive, quindi si pedala tranquilli.

Il paese mi sembra stranuccio forte anche per alcuni lati che non mi aspettavo. Sono abituato a pensare al Giappone come un paese ipertecnologizzato e all’avanguardia, ma c’è qualcosa che non mi torna. Esempi spuri che mi hanno riguardato:
– non mi funziona il cellulare, non so perché. Però non posso comprarne un altro, dato che non sono residente o con visto professionale.
– per il wifi pubblico gratis devi mostrare il passaporto, ti danno id e pw complicatissime, dura 7 giorni.
– non si può comprare una sim internet nei negozi ma devi ordinarla online e fartela recapitare in un luogo fisico. 
– ho problemi a ritirare il denaro ai bancomat e il cambio è un po’ complicato; dopo qualche tentativo ho trovato bancomat che accettano solo la mia mastercard ricaricabile in un ufficio postale (non negli altri in cui sono entrato ieri e oggi) e in una catena di piccoli supermercati, la 7eleven (grazie a Cauz. per la dritta). Che non è la bevanda, credo: l’insegna è multicolore.

Per il resto, taifun a parte che tarda, tutto bene, grazie.

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